Auto osservazione: uno strumento rivoluzionario

Auto osservazione: uno strumento rivoluzionario.

 

Ogni progetto di cambiamento e ogni lavoro su di sé inizia con l’auto osservazione. Senza auto osservazione non potremmo capire chi siamo, né dove sbagliamo, né potremmo intraprendere un percorso di conoscenza. Ma l’auto osservazione non è un processo neutro, e neppure passivo:  lo dicono la filosofia, la psicologia, la meditazione e persino la fisica quantistica.

Qualche giorno fa, pensando all’auto osservazione, mi è infatti tornato in mente il Principio di indeterminazione di Heisemberg, premio Nobel per la fisica nel 1932.  Il principio di indeterminazione diceva una cosa semplice e rivoluzionaria: per cambiare un fenomeno è sufficiente osservarlo.

Osservare un fenomeno modifica un fenomeno.

Durante i suoi pioneristici esperimenti di fisica quantistica, Heisemberg aveva scoperto che le particelle modificavano il loro comportamento a seconda del modo in cui venivano osservate. Lungi dall’essere una mera registrazione oggettiva, dunque, l’atto di osservare è in grado di modificare la realtà osservata. Questa scoperta risale al 1927, ma gli orientali lo sapevano già da millenni.

Anche il buddismo, infatti, afferma che osservare se stessi significa trasformarsi. Che il semplice atto di osservarsi è il fondamento di qualsiasi percorso di liberazione interiore. A pensarci bene, l’auto osservazione è ciò che accomuna discipline diversissime tra loro come la psicologia, il buddismo, lo yoga e tutte le tecniche che si fondano sulla presenza mentale.

“Ma a che mi serve osservare? Io mi conosco già”. E’ un’obiezione che sento spesso. Ma conoscere e osservare non sono la stessa cosa. Conoscere è un’idea, una rappresentazione mentale, e questa rappresentazione è influenzata da giudizi, proiezioni, vecchie memorie accumulate. Ciò che era vero un tempo, non è necessariamente vero oggi. Ciò che eravamo quando si è formata l’idea di noi, non corrisponde più a ciò che siamo, eppure continuiamo a specchiarci in questo specchio interiore che, come le stelle lontane proiettano una luce che risale a migliaia di anni fa.

Conoscere e osservare non sono la stessa cosa.

C’è una bella differenza tra sapere se un colore è adatto a noi e osservare se quel colore effettivamente ci dona. Non è neppure una verità assoluta: ci sono giorni in cui il nero ci rende molto chic e giorni in cui ci conferisce un’aria lugubre.

Ciò che siamo, ciò che emaniamo, si modifica di giorno in giorno, e qualsiasi conoscenza di noi che si fondi su un’idea stabile e assoluta è fallace. Solo l’auto osservazione ci mette in contatto con la mutevolezza del nostro essere, dei nostri bisogni, delle nostre reazioni. Solo osservandoci possiamo modificare quei comportamenti che ci causano sofferenza. Anzi, come ha scoperto Heisemberg, il semplice fatto di osservarci è già di per sé in grado di trasformarci.

La tecnologia dell’osservazione.

Mi è tornato in mente Heisemberg, nonostante la mia estraneità al mondo dei vetrini e dei microscopi, perché la sua scoperta si fondava sull’atto fisico del vedere. L’osservazione di cui parlava Heisemberg, infatti, non era una tecnica di visualizzazione della realtà, ma consisteva nell’atto fisico di osservare la realtà attraverso strumenti idonei. Senza i nuovissimi microscopi di inizio ‘900, capaci di registrare il movimento delle particelle, la fisica quantistica non avrebbe rivoluzionato il nostro modo di pensare il mondo.

Spesso è la tecnologia che ci permette di vedere e realizzare cose impensabili fino a un momento prima. E, parlando di auto osservazione, vale la pena soffermarsi un attimo sul portato rivoluzionario che ebbe la scoperta dello specchio nella storia dell’umanità.

Lo specchio: uno strumento di auto-osservazione.

Forse non tutti sanno che lo specchio fu inventato nel XIV secolo dai mastri vetrai di Venezia, ma costava così tanto che potevano permetterselo soltanto i nobili e i re.
Quando, nel 1800, lo specchio entrò  nelle case private ebbe un impatto psicologico fino ad allora inimmaginabile: ecco uno strumento per riflettere! Riflettere la propria immagine, ma anche per riflettere su di sé, riconoscersi, migliorarsi (vedi articolo: come aumentare l’autostima).
Ecco quindi un altro esempio di tecnologia al servizio della conoscenza di noi stessi. Ma noi tutti sappiamo quanto possa essere coercitivo uno specchio. Quanto il guardarsi influisca inesorabilmente sulla naturalità delle nostre espressioni.

La telecamera come strumento di auto osservazione.

E’ con questo scopo che ho sperimentato l’uso della telecamera all’interno di un percorso di Video-counseling.

Così come lo specchio aiuta il bambino a riconoscersi e individuare il proprio io, rivedersi in video e osservare il proprio modo di reagire, di ragionare, di trovare soluzioni personali, ci aiuta a riconoscere la sostanza e la mutevolezza di ciò che siamo. Ci aiuta a fondare la conoscenza di noi non su un’idea statica ma sul contatto con noi stessi, momento per momento. Ci aiuta a visualizzare l’entità fisica del nostro essere, ma anche l’oggettività della trasformazione che sta avvenendo dentro di noi. Perché dal modo in cui ci guardiamo dipende non solo ciò che siamo, ma anche ciò che possiamo diventare.

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