Dismorfofobia: un disturbo sociale e alla moda

Dismorfofobia: un disturbo sociale e alla moda.

 

In un film del 2011 intitolato “Crazy stupid love” c’è una battuta che mi ha fatto riflettere su quanto la dismorfofobia (la sindrome di chi, guardandosi allo specchio, vede orrori che in realtà non esistono, o ingigantisce difetti di minima portata) sia un paradigma che descrive bene la nostra ossessione per l’immagine.
Il protagonista del film è Ryan Gosling, nella parte di un consumato playboy che conquista le donne invitandole a ballare la colonna sonora di “Dirty dancing”. Capiamo che la sua vita sta per avere una svolta quando incontra Hannah, una giovane studentessa di legge che demolisce con ironia il suo rituale di corteggiamento. La scena è questa: Ryan Gosling è pronto per il dirty dancing e si sfila la maglietta per sfoggiare i pettorali perfettamente scolpiti, Hannah lo guarda strabuzza gli occhi e dice: “ma che sei ritoccato con Photoshop?!”.
È solo una battuta, eppure è proprio con Photoshop che ogni giorno -attraverso le riviste e i cartelloni pubblicitari- ci confrontiamo: volti perfetti, fisici scultorei, pelli compatte. Sono immagini irreali eppure ce lo dimentichiamo e lasciamo che diventino i nostri modelli di riferimento.

L’humus culturale della dismorfofobia.

La dismorfobia è stata classificata fra le malattie sociali dei nostri tempi. Si comporta come una sindrome dello specchio che impedisce di vederci per ciò che realmente siamo: la nostra immagine riflessa sarà enormemente grassa, il naso enorme o storto, i capelli troppo radi e le cosce più cadenti di quelle di un elefante.
Stando alle statistiche, è una sindrome che colpisce quasi il 5% della popolazione. E’ una percentuale molto alta ma, se togliamo alla dismorfofobia la sua valenza psichiatrica, potremmo affermare che in realtà è ancora più alta perché le caratteristiche che contraddistinguono questo disturbo somatoforme (cioè legato al corpo) sono, in versione light, una nostra esperienza quotidiana.
Ormai da molto tempo, infatti, si parla di “civiltà dell’immagine” la quale, più ancora che sul ben-essere, si fonda sul bel-essere. E i canoni di questo bel-essere sembrano essere studiati per acuire un senso di inadeguatezza che ben conosciamo. Chi può competere, infatti con quei modelli di soavità e perfezione che la pubblicità ci spinge a considerare reali?

Origini e conseguenze della dismorfofobia.

“Nei pazienti dismorfofobici si registra una sensazione soggettiva di deformità o di difetto fisico, nonostante l’aspetto rientri nella norma” scriveva Enrico Morselli nel 1881. Fu uno studio molto rivoluzionario per quei tempi, anche se i soggetti che manifestavano questo disturbo erano davvero pochi. Un secolo dopo, nel 1987, la dismorfofobia si era diffusa al punto che l’American Psychiatric Association la inserì nel manuale diagnostico delle patologie psichiatriche.
Nel 30% dei casi, la dismorfofobia porta con sé anoressia o bulimia nervose. Spesso i sintomi raggiungono dimensioni preoccupanti: non solo disordini alimentari ma continui interventi chirurgici, depressioni gravi, attacchi di panico, profonda ansia da inadeguatezza. La caratteristica principale di questo disturbo, infatti, è che il difetto fisico percepito acquista una valenza emotigena (cioè portatrice di conseguenze emotive) piuttosto gravi. Eppure, solitamente si tratta di persone istruite, intelligenti, e che spesso coprono ruoli di alta responsabilità. Ma appena l’argomento vira sulla calvizie o sui chili di troppo perdono ogni capacità raziocinante.
In realtà la dismorfofobia non è una rarità eccentrica. Racconta invece piuttosto bene il nostro modo di guardarci, confrontarci con un modello, autodemolirci. Racconta bene anche quella parcellizzazione del corpo che riserviamo alla nostra immagine riflessa nello specchio: come uno zoom impietoso ingrandiamo punti neri e segni d’espressione, ci focalizziamo su dettagli di cui ci vergogniamo e rubiamo alla nostra immagine quel diritto all’interezza che è il solo in grado di rispettarla.

Video-counseling: visione d’insieme vs visione parcellizzata.

Una diagnosticata dismorfofobia non può essere curata con il Video-counseling, perché nessun tipo di counseling può sostituire la psicoterapia. Il Video-counseling, però, può essere molto utile a chi è in conflitto con la propria immagine, a chi vive ogni difetto fisico come un dramma, a chi guarda il proprio riflesso e lo vede deforme come nella casa degli specchi del Luna Park.

Il lavoro di Video-counseling, infatti, è un lavoro sull’immagine: immagine di sé, immagine del mondo, immagine dei modelli che compongono il nostro universo di riferimento. Uno degli obiettivi principali è quello di detronizzare l’immagine di sé. Lasciare che l’immagine idealizzata indietreggi e che la persona si mostri nella sua peculiarità, nella sua unicità.

Come avviene questo processo? Attraverso un’acquisizione di consapevolezza: noi non siamo un schema mentale, non siamo un modello da imitare. Siamo persone. Sembra ovvio ma non lo è. Il Video-counseling offre l’opportunità di guardarsi su uno schermo, ogni volta in situazioni e con emozioni differenti, e favorisce l’incontro con la persona piuttosto che con l’immagine di sé. Una “visione accompagnata” allenta l’ossessione dello specchio e consente di formulare un nuovo modo per stare in presenza di se stessi.

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