Ginnastica mentale

Ginnastica mentale: allenare la mente a capire se stessa.

 

Di solito quando parliamo di ginnastica mentale ci riferiamo alle parole crociate, al sudoku, a esercizi di memoria e di logicità. Proviamo a immaginare invece un esercizio del pensiero che è molto più vicino alla filosofia: da dove vengono le nostre idee? Chi le ha formulate, a quale ordine rispondono, in che direzione ci spingono?

Chiederci queste cose fa molto bene. Ci aiuta a prendere distanza da idee devastanti come quella del fallimento (fallire rispetto a che?), dell’inadeguatezza (chi ha stabilito quello standard di adeguatezza?), della frustrazione costante (forse coltiviamo aspettative troppo distanti dalla realtà delle cose?)…

E’ questo il tipo di ginnastica mentale che uso e alleno durante il percorso di Video-counseling. Una cosa che ho imparato, infatti, è che spesso soffriamo per motivi che non ci appartengono, per convinzioni che non sono nostre, per obiettivi che non ci siamo posti in piena autonomia. Cioè in poche parole soffriamo perché diamo importanza a valori e idee che non abbiamo mai messo in discussione.

Riconoscere gli introietti: un’altra ginnastica mentale.

Contrariamente a quanto pensiamo, la nostra personalità non è innata. Ognuno di noi ha imparato a essere se stesso, e ognuno di noi lo ha fatto attraverso schemi e costrutti mentali che ci hanno insegnato a percepire e a interpretare la realtà.
La Gestalt parla di introietti, e cioè di quelle convinzioni che abbiamo introiettato senza masticarle, senza passarle al vaglio della ragione. Sono i “devo”, i “così fan tutti”, i tabù culturali. E serve un po’ di ginnastica mentale per poterli riconoscere. Ma è molto più facile capirlo facendo un breve esempio.

Noi viviamo in una cultura in cui le intenzioni sono molto importanti. Essere animati da un ideale, avere le idee chiare su ciò per cui vale la pena vivere o morire, avere una passione e dedicarcisi con tutta l’anima sono valori che riconosciamo non soltanto come buoni, ma come indispensabili per vivere una Vita degna di questo nome. Eppure fino all’inizio del 1800 la passione non godeva di tutta questa fortuna.

Essere animati da un ideale mistico, innamorarsi perdutamente di qualcuno, attribuire significati psicologici agli eventi della vita era considerato un segno di instabilità mentale. Per gli Illuministi, infatti, la vita era in se stessa portatrice di valore: non c’era bisogno di metterci sopra ideali, scopi o interpretazioni. La vita era dotata di una sua intrinseca armonia, e seguire questa armonia era la naturale tendenza dell’essere umano.

Noi però siamo figli del Romanticismo. Siamo cioè imbevuti di una cultura che ci chiede di trovare una passione che ci tenga legati per la vita: una carriera, un amore o una dedizione come la musica la fotografia o uno sport. Eppure molte persone che vengono da me confessano di non provare passioni travolgenti, di non avere ideali così alti per i quali metterebbero la mano sul fuoco. E se ne vergognano o pensano di essere persone scialbe, poco interessanti, meschine. Pensano che la loro vita sia una fotocopia sbiadita di ciò che dovrebbe essere una Vita Vera.

E’ qui che entra in gioco la ginnastica mentale: siamo proprio sicuri che le nostre idee sulla vita, su ciò che è giusto o sbagliato, siano “naturali”? Che cosa succederebbe se scoprissimo che stiamo eseguendo un programma di cui non siamo coscienti? Se ci rendessimo conto che i nostri pensieri, la nostra coscienza, le nostre opinioni e il nostro senso estetico ci appartengono solo in parte? Non ci verrebbe voglia di fare delle scelte diverse?!

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