Intelligenza emotiva

Intelligenza emotiva o alfabetizzazione emotiva?

 

Oggi si parla molto di intelligenza emotiva, e questo significa che abbiamo fatto un bel passo avanti da quando l’unica forma di intelligenza riconosciuta era quella dei test per il quoziente intellettivo. Solo di recente abbiamo imparato a pensare alla pancia come a un secondo cervello e a riconoscere validità a ciò che sentiamo quando il corpo ci manda dei segnali.

Per secoli abbiamo vissuto sotto lo stigma che ha accomunato uomini e donne colpevoli di manifestare apertamente le proprie emozioni: effeminato, isterica, folle. A lungo le emozioni sono state oggetto di studio in senso negativo, quasi con lo stesso approccio che si ha nei confronti di un animale pericoloso: conoscerlo per stargli alla larga, o conoscerlo per imbrigliarlo, domarlo, addomesticarlo.

Il concetto di intelligenza emotiva è stato formulato da Salovey e Mayer solo nel 1990, e successivamente ripreso da Goleman nel 1995. Questo significa che l’idea che le emozioni possano essere intelligenti è molto giovane nella mente della specie umana. Vent’anni sono pochi in termini evolutivi.

Oggi invece la capacità di percepire, riconoscere e comunicare le nostre emozioni è tenuta in grande considerazione, anche in ambito lavorativo. Ognuno di noi vorrebbe accedere allo scrigno dei propri sentimenti, o essere in grado di evocarli durante i processi creativi. Eppure c’è qualcosa che ci blocca. Abbiamo paura delle nostre emozioni. Le giudichiamo, le teniamo a distanza.

Per poter parlare di intelligenza emotiva, quindi, bisogna prima colmare una lacuna, coprire la distanza che ha separato la mente dalle nostre emozioni. E’ per questo che parlo spesso del Video-counseling come di un processo di alfabetizzazione emotiva (vedi anche gli altri due strumenti del Video-counseling: ginnastica mentale e relazioni interpersonali).

Una testimonianza: il Video-counseling e l’intelligenza emotiva.

Marzia : “Prima se mi chiedevi: come stai?, rispondevo sempre: non lo so. Dovrebbe essere la cosa più facile da sapere, ma per me era complicato. Cioè, sapevo se stavo bene o male, se ero agitata, ma spesso non riuscivo a dirti perché. Cristina mi chiedeva: cosa senti ora?, oppure: dove la senti questa emozione? E io ci mettevo un po’ a rispondere. Mi prendevo un tempo, mi sforzavo di entrare dentro, e a poco a poco cominciavo a dare voce a quelle cose che sentivo nel petto o nello stomaco. Poi durante la revisione, è stato bello rivedere quei momenti. Ho familiarizzato con tante facce di me, con parole che non sapevo di avere, parole che venivano dal mio corpo, e così ho scoperto un’altra forma di intelligenza: l’intelligenza emotiva”

Confusione fra intelligenza cognitiva e intelligenza emotiva.

Spesso succede che io chiedo alle persone cosa provano e loro mi rispondono con quello che pensano. All’inizio nemmeno se ne accorgono, ci vuole un po’ perché ne diventino coscienti e sviluppino la loro intelligenza emotiva. E’ uno spostamento graduale dell’attenzione: dalla mente al corpo e dai pensieri alle emozioni, le percezioni, le sensazioni. Spesso non siamo neppure in grado di distinguerle.

Spendiamo tante energie nello studio e nell’acquisizione di competenze varie, ma conserviamo una profonda ignoranza su di noi e su come funzioniamo. Cerchiamo di seguire quella voce nella testa che ci dice se andiamo bene o male (di solito male), ma noi siamo molto di più di una voce. Siamo tutto ciò di cui non ci accorgiamo mentre nel frattempo pensiamo a come dovremmo essere. Siamo stimoli sensoriali, percezioni, un continuo passaggio emotivo che ci attraversa come le nuvole sul cielo.

Le emozioni ci fanno paura, ma se invece potessero piacerci e diventare utili? Se invece di costituire una minaccia potessero diventare la nostra ricchezza? Se capissimo che sono un bagaglio d’informazioni per decodificare meglio la realtà circostante? Se potessimo riconoscerci come esseri che sentono, che rapidamente intuiscono, si spostano fiutando tracce invisibili che le emozioni sparpagliano nell’aria?

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