Intervista a Cristina Vuolo

Intervista a Cristina Vuolo

(a cura di Federica Tuzi, autrice del romanzo “Non ci lasceremo mai” e coautrice della serie tv “Santiago. Anche le lesbiche sono pellegrine” insieme a Cristina Vuolo)

Lo spazio interiore e lo spazio necessario

D: la prima volta che ti ho vista è stato quando hai presentato il tuo video “Sommerso”, quello che ha vinto il festival Immaginaria. Era il 1998, me lo ricordo bene, eri una filmmaker indipendente ma piuttosto famosa nel giro dei filmfestival. Di “Sommerso” mi colpiva moltissimo quel bianco e nero tutto sfocato, quella sospensione nell’atmosfera…

R: ho comprato la mia prima telecamera dopo aver visto il film di WendersFino alla fine del mondo”. Parlava di una macchina che ti permetteva di rivedere i tuoi sogni e anche rivederti bambina, beh io rimasi folgorata da quel riguardarsi, da quell’inseguirsi nel passato grazie a una specie di telecamera. E’ stato così che ho iniziato una forma di autoterapia attraverso il video, molto prima di diventare counsellor.
Come hai ricordato tu, “Sommerso” era sovraesposto, sfocato, la rappresentazione di un mondo sommerso appunto in cui una danzatrice esplora una stanza bianca. Cercavo di visualizzare un ambiente interiore non cognitivo e poco definibile. Un mondo che per molti rappresenta un problema, mentre per me quel bianco abbagliante era la bellezza di uno spazio ancora da scoprire, una meta.

D: a me “Sommerso” ha sempre fatto pensare in qualche modo alla spiritualità. Per esempio se non sbaglio c’erano delle citazioni di Teresa d’Avila.

R: si, avevo preso delle frasi dal suo testo “Il castello interiore” di Teresa d’Avila. Agli inizi degli anni 90 non avevo molti punti di riferimento nel cercare una mia spiritualità, sentivo un forte richiamo verso l’invisibile, l’impensato, l’aspetto mistico dell’essere. Con “Sommerso” tentavo di postulare l’esistenza di uno spazio in cui ognuno può fare esistere qualcosa di sè. E’ uno spazio direi necessario, aldilà di quello che ci metti dentro. Negarlo è come rifiutarsi di dare ai bambini una stanza dei giochi.

D: questo spazio necessario mi fa pensare alla tua elaborazione sulla plasticità della mente, e in particolare a un episodio della tua vita che mi hai raccontato tempo fa. Mi riferisco al convegno di psicanalisi a cui hai partecipato quando facevi l’università…

R: sì, frequentavo una scuola che si chiamava “Lo spazio psicanalitico” e e alla fine del secondo anno, mi avevano chiesto di partecipare ad un convegno a Pescara. Io avevo preparato un intervento che si intitolava “L’occhio di Kaspar”, ispirandomi al film di Werner Herzogl’enigma di Kaspar Hauser”. A quel tempo avevo 24 anni, ero molto timida ma anche impetuosa, e alla fine del mio paper fui travolta dalle critiche ma anche dai riconoscimenti. Mi ricordo che il presidente della scuola dovette intervenire per calmare la sala.

D: ma perché hai scatenato tutte quelle polemiche?

R: beh perché me la prendevo con la loro impostazione freudiana, e infatti ero in procinto di lasciare la scuola. Nel mio intervento prendevo spunto dalla forma mentis di Kaspar Hauser per dire che le categorie interpretative erano figlie di un contesto sociale ben preciso, e perciò erano categorie morali da cui prendere le distanze. Proponevo di favorire la plasticità della mente piuttosto che concentrarsi sulla diagnosi e sul problema (un approccio che ho mantenuto nel mio lavoro di counsellor), e portavo ad esempio la vita di Kaspar Hauser. Kaspar infatti aveva vissuto per 20 anni isolato, e interloquiva usando categorie di pensiero molto diverse dalle nostre, creative e articolate ma assolutamente inconciliabili con la borghesia di fine 700. Era il mio mito!
Effettivamente ancora una volta è stato un film a fare un click nella mia testa, un film che aveva la capacità di tradurre alcuni pensieri che mi assillavano. Studiavo filosofia ma nessuno all’università ci insegnava a pensare, piuttosto mi sentivo un ripetitore, un registratore del pensiero altrui, e mi pareva assurdo che agli altri sembrasse normale quel modo di apprendere. Fremevo di rabbia e impazienza!

D: e come andò a finire quella giornata?

R: alla fine del convegno il presidente venne a chiedermi di trasferirmi a Roma, di passare a Psicologia e lavorare con loro. Lo ammetto la proposta lusingò il mio ego ma lasciai tutto lo stesso.

D: per…?

R: beh, come sai a quel tempo frequentavo già il femminismo e c’era molto da imparare. Era una scuola sia di riflessione che di pratica e si cavalcava il pensiero della differenza dove la questione era il posizionamento, il punto di osservazione da cui guardare il mondo e la storia. Ma l’insegnamento fondamentale del femminismo – che ho traghettato poi nel Video-counseling – è il concetto e la pratica di relazione. Cos’è una relazione? L’oggetto principale della mia riflessione era – e lo è tutt’ora – lo spazio che si crea fra me e l’altra persona, quello che la Gestalt psicosociale chiama il TRA.

D: che cos’è il TRA?

R: è la relazione. Spesso in una relazione le persone puntano l’occhio uno sui difetti dell’altro, riuscire a spostare lo sguardo sul TRA è ciò che permette alla coppia di andare oltre, di trovare la forza per lavorare su qualcosa di più fertile di un difetto. Puoi pensare questo TRA come una piantina che sta fra me e te e che cresce se viene nutrita. E’ lo spazio creativo che c’è fra noi, quello su cui edificare.
Vedi, per me quelle lunghe discussioni di filosofia femminista sulla relazione, sono state il salto che mi ha permesso di uscire da una dimensione in cui ci sei solo tu e le idee che ti sei fatto degli altri. Perché mettersi in relazione significa postulare l’esistenza dell’altro, essere consapevoli che spesso reifichiamo gli altri.

Lo spazio impensato: il buddismo.

R: Prima di entrare nel merito del tuo lavoro di counsellor, vorrei però tornare indietro al tuo percorso. Hai raccontato della filosofia, della psicanalisi e del femminismo, ma so che c’è un altro pensiero a cui ti sei avvicinata molto: il buddismo.

R: beh è stata una femminista che un giorno ha prestato un libro a mia madre: ‘Lo zen quotidiano’ di Joko Beck. Quel libro ha avuto un grande potere di trasformazione nella mia vita, soprattutto la vita della mente. Nessuno come il Budda è entrato con così tanta consapevolezza nella mente umana, anzi diciamo che lui ci si è letteralmente seduto sopra!
E’ questo il senso della meditazione: sedersi di fronte alla propria mente. Tu ti siedi e la tua mente appare come la tua faccia di fronte allo specchio. E se hai la pazienza di resistere e osservare ciò che accade, cominci a capire come ti manifesti momento per momento.
Il buddismo non è interessato al perché le cose capitano ma piuttosto: cosa vuoi farci di ciò che succede alla tua vita? Anche questo insegnamento è parte del percorso del Video-counseling: imparare a ragionare è imparare a capire DA DOVE stai guardando, e COSA stai effettivamente guardando. Come vedi l’attenzione ancora una volta è sullo sguardo: osserva dov’è rivolto il tuo sguardo, sul passato? Sul futuro? Ma l’unico momento su cui puoi agire e operare è quello presente.

D: quello che dici sullo studiare la propria mente mi fa pensare a una frase che ha scritto Checov nei suoi diari: “Tutto ciò che so della natura umana l’ho imparato da me stesso”.

R: sì, è un po’ il “conosci te stesso” socratico, ma non in senso speculativo. E’ nel corpo, nel sentire. E il buddismo è fondamentale per far crescere il tuo sentire. Perché assumere un atteggiamento meditativo non vuol dire  capire come funzioni, ma imparare a STARE, imparare a non capire e quindi a non analizzare, sistemare, catalogare e infine archiviare.
Quell’apparente insensatezza dello stare lì seduti a meditare regala qualcosa di prezioso: una fiducia che dentro di noi qualcosa opera, e non è la nostra mente.

D: ma più in concreto, qual è un aspetto del buddismo o un insegnamento che ti ha colpita maggiormente?

R: beh, per esempio il buddismo è anche una scuola di gentilezza. Insegna una gentilezza verso se stessi, verso i propri limiti i propri bisogni, e quindi poi anche verso quelli degli altri. Una gentilezza che non è indulgenza ma un accompagnarti gentile davanti a ciò che ti tormenta.
E’ difficile perché si tratta di entrare in uno spazio interiore per arrivare a intuire che “vai bene così come sei”, il che suona paradossale visto che passiamo la vita a tentare di cambiarci! Ma in fondo il buddismo e lo zen in particolare, lavorano molto sui paradossi. Questo non vuol dire che non abbiamo più problemi, piuttosto sgravarci di quel giudizio che appiccicchiamo ai problemi: “mi è successo questo perchè SONO UN INCAPACE” etc. Cioè spesso stiamo male non per la cosa in sé, ma per come ci giudichiamo rispetto a quella cosa. Rimuovere quel giudizio non è roba da poco. Nel lavoro di counsellor cerco di trasmettere la possibilità di creare con le proprie risorse quello spostamento mentale.

D: stavo pensando che questa cosa dello spazio interiore mi fa venire in mente Suzuki, che ha scritto “lettere dalla vacuità.” Lui diceva che i ‘risvegliati’ sono persone che hanno raggiunto uno spazio vuoto non colonizzato dal giudizio e dalle proiezioni, e che da lì hanno spedito delle cartoline, delle lettera dalla vacuità appunto. E in ogni lettera c’è scritto: “Torna a casa!”

R: è bella questa cosa del tornare a casa. Per farlo, lo dico ancora una volta, è necessario spostarsi dalla visione problematica. Per esempio la Gestalt è una terapia che non rivolge l’attenzione al problema, ma alla qualità della tua vita.

Lo spazio costruito: la scelta di diventare counsellor.

D: ed eccoci quindi a parlare di Gestalt. Come mai hai iniziato questo percorso?

R: mi sono avvicinata alla Gestalt e ho studiato per diventare counsellor perché volevo che il mio percorso di ricerca prendesse una forma più strutturata e trasmissibile. Volevo capire come si fosse prodotto in me il cambiamento: da persona rigida, rabbiosa e chiusa ero diventata duttile, fiduciosa, espansiva, insomma più felice. Come accade che vivere diventa meno faticoso? Volevo discuterne con persone che hanno scelto questo ambito per mestiere e per passione. E a quel punto è tornata la psicanalisi.
Mi sono chiesta: ci sono degli analisti che hanno fatto un percorso simile al mio? Che hanno incorporato il buddismo o la spiritualità all’interno della loro ricerca? Ho scoperto un mondo! Per esempio Pearls, il fondatore della Gestalt, che ha creato questa scuola rifacendosi moltissimo allo zen. Poi c’è Epstain con il suo testo “Pensiero senza pensatore”, che crea un dialogo fra l’essere un terapeuta ed essere un meditante. Oppure Alan Watts, uno dei primi a portare il buddismo in occidente e a fare uno studio comparato fra le varie tecniche terapeutiche e lo studio della mente operato dal buddismo. E ancora Erving e Miriam Polster, Goldstein, Kornfield, ecc…

D: e come mai hai deciso di integrare la videocamera nel tuo lavoro? E’ vero che spesso la Gestalt si avvale di varie forme di arte terapia, ma come sei arrivata a formulare questo approccio tutto tuo?

R: è stato un po’ come guardare un oggetto conosciuto e riuscire a vederlo come nuovo. Se ci pensi anche questa è la misura di un cambiamento. Per più di vent’anni video, psicanalisi e spiritualità mi sono sembrate passioni poco conciliabili. Riuscire a vederle unite è stato il mio impensato.

D: e non succede mai che le persone si spaventino nel rivedersi?

R: Beh diciamo che tutte si emozionano, l’impatto è forte. Alcune vengono per rivedersi quindi spinte dalla curiosità, e altre ci vengono nonostante il fatto che temono quel rivedersi perché fanno a cazzotti con l’immagine di sè.
Alla fine del Video-counseling scelgo alcune clip, le monto insieme e le regalo alla persona. E’ una selezione in risposta ai temi emersi durante i dialoghi, beh sai che penso? che avere in mano una traccia di sé è simbolicamente rilevante.. spesso andiamo avanti senza lasciare tracce. Il senso di un montaggio è tendere un arco temporale in cui la persona si vede agire, elaborare, parlare, e può coglie la sua trasformazione il suo mutamento nel tempo. Un montaggio ha il potere di consegnarci una visione di noi, di descrivere il cammino che abbiamo fatto e di restituircene il senso.

D: Sì ma una volta che le vedo come faccio ad amare le mie ossessioni, i miei difetti, le cose di cui mi sbarazzerei proprio volentieri?

R: beh per dirla in breve: smettendo di volersene sbarazzare. E’ solo a quel punto che si trasformano da mostri in animali domestici. Per farti capire come penso questo processo di trasformazione ti racconto la storia del cosmonauta russo, il primo uomo lanciato nello spazio. Pensa che privilegio, che emozione! Se ne sta lì in orbita e guarda le meraviglie dal suo oblò, ma poi all’ improvviso comincia a sentire un rumore piccolo e continuo: tic, tic, tic. Passano i giorni e il rumore persiste: tic, tic, lui prova a smontare pannelli e quan’altro ma il rumore continua e non c’è modo di fermarlo. Immagina che tortura: sei a centinaia di migliaia di km di distanza, in un abitacolo molto piccolo, e hai un rumore continuo nella testa! E’ un’ossessione, è martellante, il cosmonauta ha paura d’impazzire. E allora ecco che all’improvviso si affaccia l’impensato: innamorarsene! Chiude gli occhi e invece di allontanare il rumore dalle sue orecchie lo avvicina, ci entra dentro, lo attraversa e ne fa la colonna sonora della sua odissea nello spazio. Quando riapre gli occhi quel rumore non c’è più.

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